Leggendo le varie notizie che riguardano il mondo della disabilità, siamo incappati in una vicenda quantomeno grottesca.

Noi di CONF.A.E.L. in tempi non sospetti denunciammo le anomalie che di fatto ci sono nella Legge 104/92.

Infatti secondo la scrivente O.S., non esiste un diritto soggettivo del dipendente pubblico al riavvicinamento alla sede di lavoro, più vicina al domicilio della persona da assistere (art. 33, comma 5, I. n. 104/1992).

La vicenda riguarda una dipendente del ministero della giustizia si è vista negare il trasferimento, presso la sede più vicina alla madre portatrice di handicap grave (100%), nonostante le disposizioni previste dall’art. 33, comma 5, legge n. 104/1992.

Sia il Tribunale di primo grado che la Corte di appello, cui la dipendente aveva chiesto di ordinare il suo trasferimento, hanno rigettato il ricorso, precisando che la disposizione legislativa, invocata dalla dipendente, non configurasse un diritto assoluto, tanto che la norma precisa che il diritto, alla scelta della sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere, sussiste solo «ove possibile».

La dipendente ha, quindi, proposto ricorso in Cassazione, censurando la decisione dei giudici di appello per aver subordinato, il diritto di scelta della sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere, ad un potere discrezionale dell’amministrazione.

Queste sono state le motivazioni con cui la Cassazione (ordinanza n.22885/2021) ha respinto il ricorso.

Per i giudici di Piazza Cavour la Corte di appello ha correttamente interpretato la giurisprudenza di legittimità che ha ribadito che, il diritto di scelta della sede più vicina al domicilio della persona invalida da assistere, non è un diritto soggettivo assoluto ed illimitato ma è assoggettato al potere organizzativo dell’Amministrazione che, in base alle proprie esigenze organizzative, potrà rendere il posto «disponibile» tramite un provvedimento di copertura del posto «vacante».

Il trasferimento rappresenta, infatti, uno strumento indiretto di tutela in favore delle persone in condizione di handicap, attraverso l’agevolazione del familiare lavoratore nella scelta della sede ove svolgere l’attività lavorativa, al fine di rendere quest’ultima, il più possibile compatibile, con la funzione solidaristica di assistenza del soggetto invalido.

L’inciso utilizzato dal legislatore «ove possibile» comporta un bilanciamento degli interessi in conflitto (interesse al trasferimento del dipendente ed interesse economico-organizzativo del datore di lavoro), soprattutto in materia di rapporto di lavoro pubblico, laddove tale bilanciamento riguarda l’interesse della collettività.

Ora ci chiediamo se poi una persona disabile grave non può essere assistita da i suoi parenti perché impossibilitati al trasferimento da una P.A. come poi possiamo dire di vivere e cercare l’integrazione sociale anche dei soggetti piu fragili?

Confael Disabili